Perché non si protesta più

La disintegrazione del tessuto sociale impedisce la canalizzazione dell’ira degli oppressi verso gli oppressori, placando il potenziale enorme potere di sovversione delle masse.

La frammentazione sociale è una patologia della nostra società che si sta aggravando sempre di più col passare del tempo. Con l’avvento del capitalismo su scala globale, questo fenomeno si è intensificato, mettendo a rischio il funzionamento dell’attuale sistema democratico già in crisi e la possibilità di una riscossa sociale proveniente dal basso.

La forza di tutti i movimenti sociali che hanno caratterizzato l’Ottocento e il Novecento era la forte coesione dei gruppi di protesta, uniti dalle difficoltà e dalle ingiustizie di tutti i giorni. La rabbia e la disperazione condivisa convergeva nella protesta, che poteva assumere varie forme, e che era rivolta verso il nemico comune. I presupposti per la rivolta sociale erano quindi fondamentalmente due: una ingiustizia comune e un senso di solidarietà tra le…

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Psicologia sociale – riflessioni a riguardo del “caleidoscopico” agire umano.

(Dal manuale di Psicologia Sociale della Professoressa Mannetti, pag. 381). Le conclusioni che vengono inserite a chiusura della trattazione di questo manuale fanno riflettere. In esse par di leggere tra le righe l’idea che la Psicologia Sociale, nonostante la sua vocazione, de factu, volta all’analisi delle problematiche sociali e perchè no, anche alla loro possibile risoluzione, abbia in un qualche modo fallito.

Scorrendo la lettura, il lettore scrive che questa disciplina, “per fornire un contributo significativo”, debba ritornare all’insegnamento dei padri della disciplina, ripensando a recuperare una impostazione di ricerca forse più datata, ma probabilmente più efficace.

Lungi dal commentare frasi così importanti, anche se è abbastanza ovvio che ognuno di noi, dallo studio di questa disciplina si sia fatto delle idee in merito, mi preme ricordare, a scopo quindi didattico e di condivisione uno degli assunti fondamentali del filosofo della scienza Thomas Kuhn, autore controverso che si è imposto alle scene per il suo contributo scientifico dato alla nozione di “paradigma scientifico”, oltre che per esser stato in aperta contrapposizione alla dottrina giustificazionista di Karl Popper.

Kuhn afferma che, nel fare scienza, si attuano dei meccanismi difensivi volti al mantenimento dei c.d. Paradigmi dominanti. Questo significa che, dapprima gli studiosi (sempre secondo Kuhn…e non solo) elaborano una teoria sotto la quale soggiace un paradigma, e di conseguenza in seguito attuano i loro studi e ricerche volti a dimostrarne l’esistenza e l’aderenza all’assunto fondamentale. Come sappiamo Popper ha una idea diversa in merito. Il nocciolo del discorso risale infatti al concetto filosofico di verità e a come viene intesa nell’ambito scientifico.

http://www.treccani.it/scuola/tesine/verita_e_scienza/gattei.html

Quello che è certo, nell’ambito degli studi psicologici, è che gli autori che abbiamo studiato non si son mai stancati di trovare delle motivazioni e delle possibili soluzioni ai comportamenti sociali analizzati. E’ ovvio che per far ciò, lo scienziato (perchè lo psicologo tale è fino a prova contraria) deve poggiare il suo agire, prima di tutto sul mantenimento di una spirito di verità (da qui la necessità di far ricerca senza mistificazioni e fraintendimenti – Hull); oltre a ciò deve, quasi con spirito creativo e avanguardista elaborare un paradigma che, poi sottoposto all’analisi dei fatti, venga o meno dimostrato e mantenuto.

http://www.columbia.edu/cu/tract/projects/complexity-theory/kuhn-the-structure-of-scien.pdf

Il mio personale punto di vista è il seguente: grande importanza e grande discernimento deve porre lo studioso quando indaga la scienza materiale e tecnica; ancor di più quando indaga le verità della scienza dell’agire umano, all’interno della quale vi si trova ad operare la psicologia.