Psicologia sociale – riflessioni a riguardo del “caleidoscopico” agire umano.

(Dal manuale di Psicologia Sociale della Professoressa Mannetti, pag. 381). Le conclusioni che vengono inserite a chiusura della trattazione di questo manuale fanno riflettere. In esse par di leggere tra le righe l’idea che la Psicologia Sociale, nonostante la sua vocazione, de factu, volta all’analisi delle problematiche sociali e perchè no, anche alla loro possibile risoluzione, abbia in un qualche modo fallito.

Scorrendo la lettura, il lettore scrive che questa disciplina, “per fornire un contributo significativo”, debba ritornare all’insegnamento dei padri della disciplina, ripensando a recuperare una impostazione di ricerca forse più datata, ma probabilmente più efficace.

Lungi dal commentare frasi così importanti, anche se è abbastanza ovvio che ognuno di noi, dallo studio di questa disciplina si sia fatto delle idee in merito, mi preme ricordare, a scopo quindi didattico e di condivisione uno degli assunti fondamentali del filosofo della scienza Thomas Kuhn, autore controverso che si è imposto alle scene per il suo contributo scientifico dato alla nozione di “paradigma scientifico”, oltre che per esser stato in aperta contrapposizione alla dottrina giustificazionista di Karl Popper.

Kuhn afferma che, nel fare scienza, si attuano dei meccanismi difensivi volti al mantenimento dei c.d. Paradigmi dominanti. Questo significa che, dapprima gli studiosi (sempre secondo Kuhn…e non solo) elaborano una teoria sotto la quale soggiace un paradigma, e di conseguenza in seguito attuano i loro studi e ricerche volti a dimostrarne l’esistenza e l’aderenza all’assunto fondamentale. Come sappiamo Popper ha una idea diversa in merito. Il nocciolo del discorso risale infatti al concetto filosofico di verità e a come viene intesa nell’ambito scientifico.

http://www.treccani.it/scuola/tesine/verita_e_scienza/gattei.html

Quello che è certo, nell’ambito degli studi psicologici, è che gli autori che abbiamo studiato non si son mai stancati di trovare delle motivazioni e delle possibili soluzioni ai comportamenti sociali analizzati. E’ ovvio che per far ciò, lo scienziato (perchè lo psicologo tale è fino a prova contraria) deve poggiare il suo agire, prima di tutto sul mantenimento di una spirito di verità (da qui la necessità di far ricerca senza mistificazioni e fraintendimenti – Hull); oltre a ciò deve, quasi con spirito creativo e avanguardista elaborare un paradigma che, poi sottoposto all’analisi dei fatti, venga o meno dimostrato e mantenuto.

http://www.columbia.edu/cu/tract/projects/complexity-theory/kuhn-the-structure-of-scien.pdf

Il mio personale punto di vista è il seguente: grande importanza e grande discernimento deve porre lo studioso quando indaga la scienza materiale e tecnica; ancor di più quando indaga le verità della scienza dell’agire umano, all’interno della quale vi si trova ad operare la psicologia.

Epistemologia di un approccio difficile. Pensare “decrescita”. Ma come? Qui? Ora?

…while listening to…

https://www.youtube.com/watch?v=4bKvNgQoKpQ

Sto ancora cercando la mia strada in questo mondo, nonostante una certa esperienza già l’abbia fatta. Sto ancora cercando di capire cosa è il vero e cosa è il falso, cosa il giusto e lo sbagliato. Non posso quindi tenere un blog che possa vantare di scrivere delle verità poste o mal riposte. In questo post parlo della difficoltà di intraprendere un cammino.

Un cammino di vita? Di questi argomenti se ne parla già da altre e più disparate parti. No, parlo di un cammino di crescita umana in un mondo che necessita solo di decrescita. Cosa si chiede una persona normale come me, alle prime armi, che legge, si documenta, e prova ad attuare quanto imparato – perchè si sa, dopo la teoria devono seguire i fatti – nel suo vivere quotidiano.

Viviamo in un mondo popolato da uomini che sembrano farlo scorrere al contrario rispetto a come dovrebbe andare. Si inquina sempre più, si ha sempre meno rispetto dell’altro (del lavoro, della vita, della Natura, dell’amore, dell’Anima, di sè stessi…dell’altro), egoismo, consumismo e come se non bastasse, questa perniciosissima corsa continua al nuovo e “all’aumentare” che secondo il mio parere è una piaga pesantissima della società contemporanea.

Ti rendi conto certe volte che solo far certi pensieri rischia di porti al di fuori di questo flusso continuo, ininterrotto, stressato, di immagini, parole, sequenze….come guardare una pellicola televisiva accelerata (certe pubblicità, per descrivere lo stress del nostro mondo, utilizzano proprio metodi di questo genere) e rimanerne fuori. Far certe riflessioni ti pone in una condizione di “diversità”, rispetto a chi ti sta accanto, rispetto al resto del mondo. Rischi di rimanere indietro.

Nel mio procedere, nell’ambito della composizione musicale, degli studi accademici, nel lavoro….ho sempre notato che, se non ci si pone il “PERCHE'” delle cose, si rischia (almeno io) di non capire nulla e far diventare ogni nostra azione una banalità esecutorio strumentale. Devo meditare quello che faccio e chiedermi il perchè lo sto facendo. Ma questo non sempre basta.

Ecco che, come ultimamente accade, arrivare in soccorso una frase di Arne Naess che cito pari pari:

“My advice is to stop giving reasons when you announce something you personally find intuitively obviously true or correct, or something that you cannot imagine yourself giving up except for seasons you have never heard of and cannot see how they could be convincing. This is not dogmatism.”

Ecco disvelarsi davanti a me la possibilità che, pensare differentemente, possa essere concepito come ricchezza nella diversità, pluralismo e non emarginazione. Tutto parte dalla consapevolezza che, chiedersi il perchè delle nostre azioni o di una azione che vediamo fare da parte di altri non significhi necessariamente che essa sia corretta. Rimescolare le carte. E poi, però, lasciarsi guidare da quel senso profondo che ogni tanto sentiamo promanare dal nostro cuore. Una intuizione, una piccola voce che par sussurrarci che quello che stiamo facendo, o pensando, è buono! Va portato avanti, va perseguito, deve essere magari migliorato, ma va portato avanti.

Come non avere questa salda base epistemologica quando si parla di un argomento così controverso e avversato come quello della Decrescita! Si tratta di partire dal proprio piccolo e iniziare almeno a chiedersi se quello che facciamo va in quella direzione, oppure in quella contraria.

La nostra vita è ancorata a schemi. Ne parla la psicologia, intendendo con schemi costrutti cognitivi che rappresentano la conoscenza a proposito di un concetto e di un particolare tipo di stimolo (…) – da Arcuri-Castelli La cognizione sociale. E’ indubbiamente chiaro e scontato che, se cresciamo socialmente in un ambito che prevede determinati costumi e usi, essi, con il tempo diventano parte del nostro patrimonio cognitivo. Così ci è stato insegnato! Ma è sempre corretto?

Arriva un bel momento dello sviluppo dell’essere umano (io penso in verità che questa fase sia sempre presente in tutta la vita sebbene con tinte differenti) in cui ci chiediamo se quello che stiamo facendo sia giusto. Se la nostra vita ci corrisponda così come è oppure no. Se il nostro “tran tran” valga la pena di continuare a viverlo così. In questo momento allora servono dei grossi cardini che ci permettano di analizzare e analizzarci, senza il pericolo di perderci.

Iniziare a pensare a riguardo di decrescita (ma questo vale per ogni grande concetto)  non può essere fatto senza delle solide basi conoscitive.